17/04/10

Cosa ci dice la tragedia di Smolensk?



Ognuno, di fronte a questi fatti, scopre la stessa umana impotenza, la stessa vulnerabilità. Per questo ogni cuore grida lo stesso grido, la stessa domanda di significato. Chi è in grado di affrontarla? Nessun essere umano! Perciò la cosa più ragionevole è il gesto della preghiera, della domanda di significato.
In questa drammatica coincidenza, c’è “qualcosa” che la ragione non capisce, ma che allo stesso tempo esige una spiegazione completa. Vediamo che c’è qualcosa di inconcepibile, che non siamo in grado di capire. Ma non possiamo né eliminarlo, né dimenticarlo. Siamo costretti a riconoscerlo. C’è qualcosa di così grande, che nemmeno le più accurate indagini sono in grado di spiegare. Questi fatti sono certamente importanti, ma la ragione esige risposte ultime. Che nessun uomo può dare, solo Dio può. Per questo stiamo umilmente davanti al Signore della Storia, aspettando che con il tempo sveli il significato più profondo di questi accadimenti tragici.
Solamente la fede vede questo “qualcosa di più”. Così come cinque anni fa, durante l’addio a Giovanni Paolo II, sperimentavamo una «miracolosa pesca di gente». Anche adesso vediamo che è il Signore che opera. «Si è fermato lungo la riva» e ha rivelato la Sua azione nel segno di una «miracolosa pesca di gente» radunatasi in preghiera. È il Signore del mondo e della Storia a rivelarci il Suo regno sui cuori umani, trasformando le coincidenze drammatiche in un grande bene.
Egli grida: «Coraggio, sono io; non abbiate paura! Io ho vinto il mondo. Io sono la Resurrezione e la vita. Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre, alla Verità ultima delle cose, se non per mezzo di me». Solo ascoltando la voce di questo Unico Testimone possiamo trovare il significato di tutte le cose.
La Chiesa da 2000 anni è testimone della Sua Presenza e vittoria attraverso il fatto della Resurrezione. Lui presente, oggi, nella Sua Chiesa, attraverso il carisma che ci ha presi, è la forza per l’uomo anche in situazioni più drammatiche. Da qui viene la nostra certezza di fede e la speranza, che «nella vita e nella morte apparteniamo al Signore».
Vediamo che attraverso questi avvenimenti drammatici il Signore ci risveglia richiamandoci alla fondamentale verità della nostra vita, alla conversione. Convertirsi a Cristo vuol dire liberarsi dall’illusione dell’autosufficienza. Vuol dire rendersi conto e accettare il proprio niente, il bisogno della Sua salvezza e amicizia. Significa cambiare lo sguardo verso la storia e il prossimo: «Non c’è qui né giudeo né greco (né polacco né russo), perché voi tutti siete uno in Cristo Gesù».
Senza Cristo non c’è vera costruzione della vita umana, sia a livello personale che sociale. Per questo non si può vivere in un silenzioso accordo, come se Lui non ci fosse, cercando di eliminarLo dalla vita, costruendo tutto “per finta”. È una scelta tragica, perché senza di Lui non c’è risposta, né soluzione alla vita e alla morte. E la vita è sempre di più presa dalla confusione e decadenza.
Senza rimanere in Lui, nella viva comunità della Chiesa, senza un’educazione costante, non è possibile mantenere questa commozione del cuore che ha fatto il Signore. Perché questo bene, nato da una morte tragica, dal sacrificio della vita, non sia vano, dobbiamo «rinascere di nuovo».
Per questo sono sempre attuali le parole di Giovanni Paolo II: «Spalancate le porte a Cristo». Il suo grido («Scenda il tuo Spirito e rinnovi la faccia della terra...») si trasformi in una domanda di fedeltà a ciò che lo Spirito ha iniziato in noi, perché sia portato avanti attraverso l’obbedienza della fede. Perché faccia in noi «un cuore nuovo e uno spirito nuovo».



Comunione e Liberazione Polonia

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