Don Beppe, un amico prete, ha terminato la sua corsa e ha mantenuto la fede, al punto da stupire anche il suo Vescovo, tutti gli amici, i parenti e chi lo conosceva.
Ecco l'omelia di Mons. Francesco Lambiasi, che ha celebrato la Messa insieme a Mons Giovanni Tani, compagno di studi di don Beppe e più di 90 sacerdoti.
Tantissime le testimonianze personali del bene diffuso da Don Beppe hanno sancito pubblicamente la fama di questo sacerdote umile e santo fino alla sua dolorosa malattia e morte.
(Don Giuseppe Maioli 1947 - 2016)
Omelie
- Don Giuseppe MAIOLI
Un pastore innamorato
In
memoria di don Giuseppe Maioli
Omelia del
Vescovo nel corso della celebrazione esequiale
Rimini, Chiesa della Riconciliazione,
16 aprile 2016
"Questa è la volontà del Padre
mio: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti
nell'ultimo giorno" (Gv 6,39). E' un frammento del brano che ci è stato
appena annunciato. Ed è il vangelo proclamato in tutte le lingue del mondo, proprio
nel lezionario della santa Messa dell'ultimo giorno del pellegrinaggio terreno
del nostro amatissimo fratello Giuseppe. A questo punto, sorelle e fratelli, ci
tocca fare un doppio esercizio di traduzione: dobbiamo trasporre questo vangelo
nel linguaggio della vita e traslare la vita nel lessico del vangelo. Così
potremo scrivere un'altra pagina di quel "quinto evangelo" che Gesù
vuole redigere a più mani: le sue e le nostre. Mi faccio perciò aiutare da don
Giuseppe a imbastire questa omelia che vorrei fosse più sua che mia.
1. La buona notizia recapitataci
dal quarto vangelo che abbiamo ascoltato poco fa è la più bella, la più
incredibile e sorprendente che ci potesse venire comunicata questa mattina. La
volontà del Padre per la quale Gesù si è giocata l'intera esistenza non è una
inesorabile condanna a morte per noi suoi figli amati, scelti e chiamati, ma è
l'esuberante fioritura della nostra vita. Ma allora perché siamo qui oggi a piangere
per la morte di questo fratello che ci è stato e ci sarà per sempre tanto caro?
Perché il Signore non ha ascoltato la preghiera che gli abbiamo rivolto per la
sua guarigione? In molti avevamo chiesto la grazia per un pieno, pronto
ristabilimento della sua salute, e abbiamo affidato questa grazia alla
preghiera di don Giussani e del nostro don Oreste, ma lui ci diceva: "Non
chiediamo al Signore di fare la nostra volontà. Chiediamogli la grazia di essere
capaci di fare la sua. Qualunque essa
sia". E qui occorre notare che questa scheggia del testamento spirituale
di don Giuseppe fa rima baciata con il testamento di Maria alle nozze di Cana:
"Qualunque cosa (mio Figlio) vi
dirà, voi fatela" (Gv 2,5).
Ma l'incondizionato compimento della volontà di Dio don
Giuseppe non l'ha desiderato solo nella fase terminale della sua vita terrena. E'
stato piuttosto il cantus firmus di
tutto il suo percorso. Ecco cosa scriveva al vescovo Mariano in data 8 dicembre
1995. "Eccellenza, confermo per iscritto la mia disponibilità al
trasferimento nella parrocchia di S. Ermete. E' una conferma che faccio volentieri, perché ho sempre pensato che
l'obbedienza al Vescovo sia una condizione necessaria al cammino verso la
santità. Prego il Signore che quanto si è realizzato a S. Martino in questi
anni, possa continuare indipendentemente
da me".
Un messaggio di così limpida, gratuita disponibilità ad
orientare la bussola del proprio cammino sulla stella polare della volontà di
Dio, il nostro "Don" l'aveva espresso in una geniale versione
musicata del Salmo 127, ancora oggia cantata in tanti campi-scuola: "Se il
Signore non costruisce la città / invano noi mettiamo pietra su pietra. / Se la
nostra strada non fosse la sua strada/ invano camminiamo, camminiamo
insieme".
Anch'io
posso dare una testimonianza di come don Giuseppe abbia misurato fino
all'ultimo il "peso" del suo apostolato non con la bilancia
dell'efficienza organizzativa, ma unicamente con il parametro della fede. In
uno degli ultimi giorni della sua degenza in ospedale, mi raccontava che Bruno,
suo compagno di stanza, il giorno in cui veniva dimesso, rivolgendosi a don
Giuseppe gli diceva: "Era scritto nel disegno di Dio che io venissi
ricoverato qui, proprio in questa camera e proprio in questi giorni. C'ero
venuto arrabbiato con Dio. Ora ne esco pacificato con il Signore e con il
mondo. Caro Don, tu mi hai cambiato la vita". E don Giuseppe commentava
grato e commosso: "Fosse stato anche per uno solo, la mia vita e il
ministero sacerdotale ne sarebbero valsa la pena".
2.
Don Giuseppe Maioli
era stato ordinato sacerdote per la nostra Chiesa, nel giorno del suo
onomastico, nel 1971. Membro attivo di Comunione e Liberazione fin alle origini
del movimento, non si sentiva sdoppiato tra diocesi e CL. Era amante della montagna
e della pittura, della musica e del bel canto. Da due anni don Giuseppe aveva
dovuto fare i conti con una grave malattia, un tumore che non lasciava scampo.
E lui l'ha vissuto in piena, consapevole attesa: come l'offertorio della Messa,
come la consacrazione che sigilla una intera esistenza.
Di don Giuseppe quando si è detto prete, si è detto tutto.
No, non era un clericale: era proprio un prete-prete. Lo era con tutto se
stesso: mite, tenace, trasparente e innamorato, forte e tenerissimo. Aveva capito
che per amare le persone, bisogna imparare a perdere. Per questo voleva bene a
tutti, senza mai legare nessuno a sé. Ed era contento. Spesso diceva: "Non
saprei immaginarmi diverso da quello che sono". Che miracolo, un prete
contento! Domenica scorsa ho concelebrato la Messa con lui. Prima di cominciare
siamo rimasti da soli per un minuto. Gli ho chiesto: "Lo sai, vero, che
per te questa è l'ultima Messa? Come la vuoi celebrare?". Mi ha risposto
con un lampo negli occhi: "Come la prima". Dopo il vangelo - era
quello della triplice domanda di Gesù a Simone di Giovanni: "Mi ami?"
- quando gli ho spalmato le palme delle mani con l'olio degli infermi, mi sono
sentito investito da ondate di profumo che venivano dal crisma della sua
ordinazione. Alla fine ci ha lasciato il suo testamento: "Ogni volta che
ho celebrato la Messa - era arrivato al suo 45.mo di ministero - mi sono sempre
fermato sulle parole centrali: Questo è il mio
corpo, questo è il mio
sangue". E calcando l'aggettivo "mio", mi è sembrato volesse
dire: In questo momento - non perché io sia bravo, ma perché il Signore mi ha
scelto e amato - io sono tutt'uno con lui. Ho qui tra le mie mani la sua vita
che diventa la mia, e la mia che diventa la sua". L'Eucaristia fa della
vita del prete un corpo donato, che continua a versare sangue...
Oggi riconosciamo che, alla fine, il miracolo c'è stato, e
quale miracolo! Quello di non aver vissuto la morte come una disgrazia, uno
scacco matto, un brutto incidente di percorso, ma come un incontro, un appuntamento
atteso e sorprendente, come l'inizio di una festa senza fine. Un giorno mi aveva
voluto confidare la sua preghiera. L'aveva imparata da una parrocchiana, tutta
paralizzata: "Gesù, io sono tuo". Ed era felice quando gli chiedevamo
di farcela ripetere.
Ora
che tutto è compiuto, chiediamo al Signore che, dopo averlo stretto nel suo
abbraccio, quanto prima ce ne mandi almeno un altro, come lui.
Francesco Lambiasi
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