Daniela.
Una certa Daniela Stella Marina era entrata di schianto inattesa nella sua vita.
Una stanza di ospedale.
Lei era uscita di lì ancora inattesa, guardando negli occhi, per l’ultima volta, la donna che l’aveva accolta - senza alcun dovere - e la dottoressa amica – Dio la riguardi sempre – che aveva cercato con tutta la sua forza e scienza di trattenerla ed era uscita sconfitta e piangente. Unica testimone – tutte donne – la giovane infermiera stupefatta e stranita.
Tutto qui.
Il mare è grande; la vita di una creatura è piccola. Non basta nemmeno a se stessa.
Ed ora Daniela abitava, vestita da ballerina, in una piccola stanzetta all’ultimo piano di un condominio pieno pieno di gente, di tutte le età, condizioni sociali, cultura, belli, brutti. Di fronte a lei il mare. Di lontano.
Il vecchio marinaio andava talvolta a trovarla, le parlava, la contemplava – un dialogo muto e intenso – poi si girava e guardava tutta quell’acqua che ben conosceva. Poi non vedeva più niente e tutto si confondeva. Quella strana acqua che scende dagli occhi tanto simile al mare lo rendeva quasi cieco. E si avviava a casa barcollando, ma non sbandando: era abituato alle tempeste e sapeva restare in piedi pur nei mari più burrascosi.
Un mare di gente e nel mare un piccolo mare di teste morette, lisce e occhi grandi stupiti, gioiosi. Chissà perché i mongoloidi non conoscono l’acqua che scende dagli occhi. Oh, la conoscono anche loro, quando si arrabbiano o nessuno li capisce e li trattano, per l’appunto, come "mongoloidi"! Ma più spesso si stupiscono come nessuno capisca. In mezzo al mare di dolore, di partecipazione commossa o di indifferenza della gente grande, "normale", nel disprezzo di tanti potenti e intelligenti, questo piccolo mare chiuso, che tanto ricorda l’Adriatico, si muove, si agita, sciaborda verso riva, si ritira ed è pescoso come non mai.
Dio benedica i mongoloidi e ce ne mandi tanti. Tanti. Tutta la terra diventi un immenso oceano di mongoloidi – al Nord, in un impeto di coscienza tenera, li chiamano mongolini.
Gli occhi tagliati come gli abitanti delle steppe asiatiche, la testa leggermente piatta dietro, i capelli lisci e scuri come gli orientali – li aveva visti bene il vecchio marinaio sul Mare Cinese Meridionale – tutti uguali eppure ognuno diverso.
Anche gli europei per gli orientali sono tutti uguali.
Scemi – si crede – perché ingenui e si lasciano ingannare. Non bramano il potere e non conoscono il reale valore dei soldi. Nessuno di loro dirige Wall Street o governa l’Iran. Nessuno siede al Congresso del Popolo a Pechino o si sveglia e affama un’intera nazione africana semplicemente muovendo capitali da una banca all’altra.
Non hanno mai costruito grattacieli i mongoloidi. Si ammalano spesso e qualcuno più fortunato arriva a vivere fino alla media stabilita dalle statistiche nazionali.
Pieni di acciacchi e di gioia, sinceri e decisi nei sentimenti.
Si arrabbiano, ridono, accettano, rifiutano con un’intensità sconosciuta a tutti noi.
La loro vita affettiva non conosce ipocrisie o convenienze.
Il vecchio marinaio era stato adottato da Daniela e le era sempre stato fedele.
Il giorno del matrimonio della bellissima cugina – Daniela era convinta si sposasse sua sorella: la chemioterapia l’aveva devastata fin nei suoi lisci e finissimi capelli tanto soffici al tatto – lo aveva voluto vicino a sé. Non si rendeva conto del dolore che lo attanagliava pur nella gioia della festa: lei lo aveva adottato e lo voleva educare a stare nel mondo.
Il cibo le dava nausea, ma lei, impettita sulla sedia, la cuffia che copriva la testa rasa, stava lì e lo voleva lì: era la festa della sposa.
Daniela voleva fare la babysitter da grande. Sorelle e sposa erano dottoresse. L’altra cugina lavorava a Chicago coi grandi professori del Fermilab. Lei voleva fare a babysitter.
Dio benedica tutte le babysitter. Quelle mongoloidi, cui nessuno affiderebbe mai un bambino e che pure sanno amare come le mamme vere. Quasi. Da povere mongoloidi, appunto, come le pensiamo noi saggi, potenti, ricchi, intelligenti, scaltri, che abbiamo fatto le scuole alte e l’Università e magari dirigiamo grandi aziende e cambiamo partito per servire il potente di turno o che dopo le Grandi Fiere, stanchi e sfiduciati, la notte andiamo al Night Club dove tradiamo la moglie ed i figli, ma, si sa, "l’uomo è fatto anche di queste cose" e spendiamo con le ballerinette i soldi guadagnati sulla pelle di chi ha famiglia e dipende dalle stravaganze delle nostre voglie e smanie, individuali o consociate che siano.
Questo piccolo mare di maschi e femmine – mongoloidi – si agita e sta composto. Daniela è morta da un anno e i suoi genitori, non quelli "di sangue", quelli adottivi, hanno chiesto ad un prete e agli amici di celebrare una Messa e di mangiare insieme.
Chissà dove saranno i genitori "veri", che hanno abbandonato Daniela alla nascita nell’ospedale del Sud, magari perché non potevano o non se la sentivano e non sapevano quale ricchezza stavano consegnando al povero marinaio e a tutti gli amici riminesi? Magari è stata la Provvidenza in persona che voleva ripagare in qualche modo il vecchio navigatore…
Però l’avevano fatta nascere! E l’avevano affidata alla carità delle infermiere dell’ospedale, che le avevano dato quel bellissimo nome: Daniela Stella Marina.
Poi era entrata nella famiglia dei Conti. Nobili d’animo, se non di lignaggio.
Daniela, nobile di nascita e nobile di adozione. Nobile di natura e di essenza.
Daniela, figlia di Dio.
Come tutti i suoi amici mongoloidi, come tutti i mongoloidi.
Dio benedica i mongoloidi e dia loro la terra, devastata dall’odio e dall’indifferenza dei normali, invasa dal sangue degli innocenti e dei rapinatori. Nostro Signore si faccia aiutare dai mongoloidi per salvare tutti noi, vecchi marinai disperati e delusi, addolorati e incapaci di perdonare, adulteri, ladri, violenti, fedifraghi, falsi e ipocriti.
Il vecchio scienziato, capelli bianchi e moglie adorata, medico e ricercatore, francese e cattolico. Il buon Dio lo tenga stretto stretto a sé nel luogo dove potrà per sempre prendersi cura dei suoi mongoloidi. Il suo grande nome, il suo cuore capacissimo, rimanga per sempre in tutti gli annali della storia e della scienza.
Disprezzato dai grandi del Nobel – aveva osato essere contrario all’aborto di questi bambini e di tutti i bambini – li ha amati fino alla fine ed ha scoperto per loro e per noi perché nascono così. Li ha curati, accolti, ha dato speranza e sostegno alle famiglie.
Il vecchio marinaio lo aveva conosciuto in una bella sera d’estate nella piazza centrale della sua città – ecco riaffiora l’acqua dagli occhi – quando ancora Daniela non era arrivata, ma lui ne aveva letto l’avventura nelle fredde notti invernali bolognesi e nelle aule dove la scienza sanitaria si gonfia di sé. Ed ora lo vedeva – la vita è tutta un’immensa sorpresa – lo aveva ammirato di persona ed aveva avuto l’onore di accompagnarlo all’albergo con la sua auto e riceverne il ringraziamento gentile e vedere con i suoi occhi l’amore e il rispetto che lo univa a sua moglie.
Lì, ritti, sulla soglia, dignitosi e grati.
Lejeune, il dr. Jerome, l’amico di un grande Papa polacco.
Ci sono grandi e saggi, potenti e onorati che sono mongoloidi per adozione.
Mongoloidi ad honorem.
Anche Gesù, a ben guardare nella Sindone e nel velo di Manoppello ha un leggero taglio orientale negli occhi.
Tutti gli studiosi sanno che tutti noi, nel ventre di nostra mamma, abbiamo il taglio degli occhi a mandorla – perfino i neri africani – poi tutti i popoli, tranne gli orientali, lo perdono alla nascita.
"In definitiva – pensò tra sé il vecchio marinaio seduto sulla palata – siamo tutti mongoloidi".
Sorrise ed alzò lo sguardo. Si volse verso il mare aperto e lo guardò sereno sfidandolo negli occhi.
Il sole si affacciava fra le nuvole. Faceva ancora freddo – era appena l’inizio di febbraio – ma già l’aria di primavera si faceva timidamente sentire e qualche pianta aveva già messo su le prime gemme.
Prese la sua bicicletta, quella trovata un giorno davanti al cancello – sicuramente rubata e abbandonata, ma lui l’aveva adottata – e si diresse verso casa.
Entrò, tolse il giaccone, bevve un po’ d’acqua, prese la foto-ricordo di Daniela e la baciò.
Lei sorrideva, la braccia alzate ed i capelli raccolti sul capo con le mani, in quella seduzione innocente tipica delle ragazze non ancora adulte.
Daniela non è mai diventata adulta.
Mancavano pochi mesi alla sua maggiore età.
Forever young.
Per sempre giovane.
Dio mantenga sempre giovani i mongoloidi e tutti noi.